Dott.ssa Barbara Bandinelli - Psicologa Psicoterapeuta a Firenze

Dott.ssa Barbara Bandinelli - Psicologa Psicoterapeuta a Firenze

Sono la Dott.ssa Barbara Bandinelli, una Psicoterapeuta individuale, di coppia e di gruppo. Lavoro con Preadolescenti e adolescenti, oltre che con persone adulte, che presentano disagi emotivi e psicologici di vario tipo.

Lavoro da oltre 10 anni e ho maturato esperienze e competenze, prestando servizio in contesti pubblici e del privato sociale. La terapia consiste nel sostegno della persona e dei suoi legami, attraverso l'ascolto e la ridefinizione della sua sofferenza.

Ho un approccio rigoroso e non autoreferenziale. Collaboro con professionisti della salute mentale, in uno scambio efficace per la cura del paziente. 

Sono una professionista con esperienza nella cura delle patologie psicologiche e nel sostegno della persona, durante periodi di vita complessi e di passaggio.

Durante i miei anni di esperienza come psicologa e psicoterapeuta a Firenze, ho incontrato molte persone che sperimentano una forte rabbia e faticano a gestire questa emozione in modo costruttivo. Ho deciso di scrivere questo articolo per fornire alcune spiegazioni su come la rabbia incontrollata possa condizionare i pensieri, le relazioni e, più in generale, la qualità della vita. Vorrei anche spiegare come sia possibile lavorare in modo efficace su questo stato emotivo, grazie a tecniche e percorsi di supporto psicologico. Sono convinta che la comprensione accurata dei meccanismi alla base della rabbia e la conoscenza di strumenti specifici per affrontarla rappresentino il primo passo per vivere con maggiore serenità.

 

Come la rabbia incontrollata condiziona i pensieri e le relazioni

La rabbia è un’emozione naturale e, sebbene spesso venga percepita come negativa, ha una sua utilità: ci segnala un bisogno, un confine oltrepassato oppure un’ingiustizia subita. Può, tuttavia, diventare problematica quando risulta troppo intensa o troppo frequente, e soprattutto quando sfocia in rabbia incontrollata. In questi casi, si manifestano pensieri ostili e fortemente critici verso se stessi o verso gli altri, alimentando un senso di frustrazione che finisce per logorare le relazioni interpersonali. Nel mio studio a Firenze, noto che chi vive una rabbia molto intensa tende spesso a fraintendere le intenzioni delle persone intorno a sé, percependo ostilità anche dove potrebbe non essercene. Questo atteggiamento di chiusura e di sfiducia influenza negativamente la vita di coppia, le relazioni famigliari e le amicizie, provocando conflitti continui o, all’opposto, evitamento dei rapporti.

Quando la rabbia diventa troppo difficile da controllare, si crea un clima di tensione emotiva che incide sui pensieri, generando convinzioni rigide e idee fisse di colpa o persecuzione. Questa interpretazione della realtà, dominata dall’atteggiamento “o tutto o niente”, può creare un circolo vizioso: la persona si sente incompresa, reagisce in modo esplosivo e, di conseguenza, si conferma che gli altri non la capiranno mai. In questo modo si alimenta una distanza emotiva che impedisce un dialogo costruttivo e complica la vita sia a livello personale che professionale. La rabbia incontrollata, dunque, è un sintomo che può celare incomprensioni, sofferenze, vissuti dolorosi non elaborati che meritano attenzione.

 

Come si può controllare la rabbia?

Spesso, chi si rivolge a me per un percorso di psicoterapia per adulti mi chiede come poter controllare la propria rabbia prima che prenda il sopravvento. Il controllo, in realtà, non dovrebbe essere inteso come soppressione o negazione dell’emozione, bensì come capacità di riconoscerla, accoglierla e gestirla in maniera funzionale. Un primo passo che suggerisco è l’osservazione dei segnali fisici: respirazione affannosa, aumento del battito cardiaco, tensione muscolare. Diventare consapevoli di questi segnali rappresenta una sorta di campanello d’allarme che avvisa della necessità di fare un passo indietro, di prendere del tempo per riflettere e decomprimere l’energia accumulata.

Nel mio approccio psicoterapeutico, dedico uno spazio all’apprendimento di tecniche di rilassamento e gestione dello stress, come la respirazione profonda o la pratica di piccoli esercizi mentali, che permettano di interrompere la spirale di rabbia prima che raggiunga livelli incontrollabili. Queste strategie si rivelano particolarmente utili nel quotidiano e favoriscono una maggiore autoconsapevolezza. Definire una soglia di allarme interna aiuta a ridurre la frequenza e l’intensità dei momenti critici, donando la possibilità di riaffermare una sensazione di padronanza.

 

Cosa si può fare per calmare la rabbia?

Quando la rabbia è già esplosa o si avverte che sta per esplodere, trovo fondamentale ridurre immediatamente lo stato di attivazione fisiologica. Suggerisco di spostare l’attenzione su un’attività di autoconsapevolezza. Si può scegliere di allontanarsi fisicamente dallo stimolo che ha innescato il disagio, come prendere una boccata d’aria o dedicarsi ad alcune semplici azioni che richiedono un focus preciso, come bere un bicchiere d’acqua lentamente. È possibile, inoltre, imparare a svolgere esercizi di visualizzazione, in cui si riproduce mentalmente uno scenario rassicurante. Nel mio lavoro di psicoterapia individuale ho avuto modo di verificare l’efficacia di queste pratiche, poiché consentono di “raffreddare” il sistema nervoso e fermare quella cascata di pensieri negativi che spalanca le porte a esplosioni di rabbia incontrollata.

È cruciale, però, sottolineare che queste strategie possono calmare la rabbia sul momento, ma se essa deriva da un vissuto emotivo profondo, sarà essenziale intraprendere un vero e proprio percorso di supporto psicologico. Nel mio studio di Firenze, mi rendo disponibile ad analizzare insieme al paziente gli aspetti più radicati che possono generare rabbia: conflitti non risolti, aspettative elevate su di sé o sugli altri, timori di essere giudicati o abbandonati. È a partire da questa comprensione più profonda che si avvia il vero cambiamento.

 

Cosa fare per smaltire la rabbia?

Spesso si crede che per smaltire la rabbia basti “sfogarsi” o distruggere oggetti in un impeto liberatorio. In realtà, questi metodi possono dare un sollievo momentaneo, ma non sempre si rivelano efficaci nel lungo periodo, anzi in alcuni casi rischiano di rinforzare l’aggressività e la tendenza all’impulsività. Nel mio lavoro, ritengo più utile proporre una rielaborazione della rabbia: mi riferisco a un cammino di comprensione dei propri vissuti che consenta di dare un senso e un significato all’emozione stessa. Attraverso la psicoterapia, diventa possibile riconoscere i contesti specifici in cui emerga la rabbia, valutare come si è soliti reagire e, con il tempo, mettere in atto risposte alternative e più adattive.

Ciò non toglie che attività come lo sport, la creatività o altre passioni possano svolgere un ruolo di valvola di sfogo positiva. A Firenze ci sono molte opportunità per fare movimento all’aria aperta o dedicarsi a hobby in grado di canalizzare l’energia in modo costruttivo. È fondamentale, però, che queste pratiche siano accompagnate da una riflessione più profonda e consapevole. In caso contrario, si rischia di intervenire soltanto sul sintomo, senza toccare la causa scatenante della rabbia.

 

Come si cura il disturbo della rabbia?

Prima di tutto, è importante definire il concetto di “disturbo della rabbia”. Non sempre la rabbia diventa un disturbo in senso clinico, ma può diventarlo se si trasforma in un pattern ricorrente di reazioni aggressive, scarsamente controllate e distruttive, che nuociono alla persona e al contesto sociale in cui vive. Il percorso terapeutico, in situazioni simili, si concentra sul riconoscimento dei meccanismi emotivi interiori e delle credenze disfunzionali (come l’idea di essere costantemente minacciati o la percezione di non avere altra scelta se non reagire in modo violento). Nel mio approccio, tengo in considerazione sia la prospettiva individuale che quella relazionale, lavorando sul racconto di sé e sulle dinamiche che si instaurano, per esempio, con i familiari. A volte, una psicoterapia di coppia può rivelarsi essenziale quando la rabbia si riversa gravemente nella relazione con il partner.

Nel mio studio di Firenze offro, inoltre, un’opzione di psicoterapia di gruppo, un assetto spesso indicato per chi desidera confrontarsi con altri individui che vivono dinamiche simili. Il gruppo terapeutico permette di scoprire diversi punti di vista e di sperimentare nuove modalità di relazione. In questo contesto, i partecipanti condividono le proprie esperienze di rabbia, imparano a riconoscere le emozioni prima che diventino invasive e provano a mettere in atto strategie di gestione più equilibrate.

 

Cosa si cela dietro la rabbia frequente?

Molti pazienti mi chiedono: “Perché provo così tanta rabbia di continuo?”. Dietro la rabbia frequente possono celarsi diverse cause. Potrebbero esserci traumi infantili, insicurezze relazionali, paure di abbandono oppure una costante percezione di ingiustizia. In alcuni casi, chi manifesta rabbia continua ha una difficoltà a individuare con chiarezza i propri bisogni, e quindi si sente frustrato quando non riesce a esprimerli in maniera costruttiva. Nei casi più complessi, la rabbia potrebbe rappresentare uno scudo dietro il quale si nascondono emozioni come tristezza, vergogna o senso di colpa. In pratica, la rabbia diventa un modus operandi, una sorta di istinto difensivo che protegge da un dolore emotivo più profondo.

Nella pratica clinica, dedico tempo all’esplorazione di questi vissuti e incoraggio il paziente a riflettere su ciò che può emergere nel suo mondo interno. Quando lavoriamo in un percorso di EMDR o in un’analisi più approfondita, ci rendiamo conto di come episodi del passato, rimasti irrisolti, possano influenzare la rabbia presente. Anche se talvolta risulta doloroso rievocare certi ricordi, affrontarli è essenziale per sciogliere i nodi che alimentano l’aggressività incontrollata.

 

Come aiutare una persona con attacchi di rabbia?

Chi si trova al fianco di una persona che manifesta frequenti attacchi di rabbia può sentirsi impotente o spaventato, e non sapere come muoversi per offrire un aiuto concreto. La prima cosa che suggerisco è evitare lo scontro diretto nel momento di picco emotivo. È preferibile mantenere la calma e, se possibile, far presente che si è disposti ad ascoltare e a offrire sostegno. Tuttavia, bisogna anche saper porre dei limiti chiari per tutelare la propria incolumità fisica ed emotiva. A Firenze, nel mio studio, ho incontrato partner, genitori e amici di persone con attacchi di rabbia, i quali spesso mostravano segnali di forte stress dovuti all’escalation degli scontri.

È importante incoraggiare la persona colpita da questi attacchi a prendersi cura di sé e a valutare la possibilità di un percorso di supporto psicologico. Può sembrare difficile convincerla, soprattutto quando esiste una forte resistenza all’idea di essere “fragili” o “malati”. Ma la rabbia non risolta non è un segnale di fragilità: è il segnale che c’è un dolore, una tensione o un disagio interiore che necessita di essere ascoltato e compreso. Può essere utile, in certi casi, creare momenti di confronto, magari con l’aiuto di un professionista che faciliti la comunicazione, come negli incontri di psicoterapia familiare. Ogni situazione è unica, ma un intervento esterno competente può fare la differenza.

 

La gestione della rabbia in psicoterapia

La gestione della rabbia in psicoterapia è un processo che per prima cosa si focalizza sulla consapevolezza. Imparare a riconoscere il momento in cui la rabbia sale, comprendere le esperienze che l’hanno innescata e le interpretazioni che generano i pensieri aggressivi è la chiave per fare spazio a nuove possibilità di reazione. L’idea non è eliminare l’emozione, ma canalizzarla in modo sano, trasformandola in un segnale di cambiamento e di autodifesa equilibrata. All’interno della cornice terapeutica, l’individuo può sperimentare in un contesto protetto situazioni che solitamente lo portano a esplodere, imparando gradualmente a gestire quelle stesse dinamiche in modo differente.

Nel mio lavoro di Psicologa e Psicoterapeuta a Firenze, dedico una parte significativa del percorso a migliorare la capacità di comunicazione e di gestione dei conflitti. Non di rado, dietro l’esplosione di rabbia, si cela l’incapacità di esprimere dispiacere, bisogno di vicinanza, desiderio di riconoscimento o timore di mostrarsi vulnerabili. L’obiettivo è fornire al paziente gli strumenti per sperimentare nuove modalità di dialogo, con se stesso e con gli altri, superando le barriere emotive che spesso alimentano l’aggressività. Il lavoro di gruppo può essere un formidabile alleato, perché offre un luogo di confronto reale, in cui ci si può specchiare nelle esperienze altrui e diventare più consapevoli delle proprie reazioni.

A volte si rivela utile approfondire gli aspetti più antichi e radicati della personalità, affrontando questioni legate all’infanzia o a rapporti famigliari complicati. Altre volte, si interviene più direttamente sulle abitudini comportamentali e sulle competenze relazionali. In ogni caso, la motivazione è un fattore cruciale. Quando una persona decide di intraprendere un percorso terapeutico per gestire la propria rabbia, sta già mettendo in gioco una forma di responsabilità e di volontà di cambiamento che possono portare a risultati significativi.

 

Contattami per affrontare la rabbia a Firenze

La rabbia è un’emozione complessa, talvolta difficile da accogliere e gestire, ma non per questo invincibile. Nel mio studio di Psicologia e Psicoterapia a Firenze, lavoro ogni giorno con persone che desiderano capire meglio le radici della propria rabbia e individuare soluzioni più funzionali. Se anche tu senti che questa emozione sta diventando un ostacolo alla tua serenità o se hai a cuore il benessere di una persona a te vicina che fatica a contenere i propri scatti d’ira, ti invito a contattarmi. Insieme, potremo valutare quale sia il percorso più adatto alle tue esigenze, scegliendo tra differenti forme di psicoterapia (individuale, di coppia, familiare o di gruppo) e lavorando affinché la rabbia non sia più una barriera, ma diventi uno spunto per conoscere meglio te stesso e dare forma a relazioni più autentiche ed equilibrate.

Mi capita spesso, nel mio lavoro di Psicologa Psicoterapeuta a Firenze, di incontrare persone che si sentono sopraffatte dagli attacchi di panico e che desiderano capire meglio questa problematica. Scrivo questo articolo per fornire alcune risposte utili a chi sta vivendo momenti di forte ansia e cerca una guida competente a cui rivolgersi, nella speranza di rassicurare e orientare correttamente verso i passi successivi da intraprendere.

 

Cos’è un attacco di panico?

L’attacco di panico è un episodio di ansia molto intensa, che insorge improvvisamente e raggiunge un picco in pochi minuti. Personalmente, mi riferisco a esso come a una “tempesta emotiva” che colpisce il corpo e la mente, lasciando poco spazio al pensiero razionale. Nonostante sia un’esperienza breve, la sensazione di paura estrema o terrore può essere talmente intensa da sembrare infinita. Spesso, chi vive un attacco di panico pensa di stare per morire o perdere il controllo. In realtà, non esiste un vero pericolo di vita in quel momento, ma è l’intensità della reazione del sistema nervoso a ingannare il nostro cervello, facendoci credere di essere in grave pericolo.

 

Che sintomi danno gli attacchi di panico?

Dal punto di vista clinico, i disturbi di panico si manifestano con un insieme di sintomi fisici e psicologici che si presentano in modo rapido e violento. Il cuore inizia a battere forte, la respirazione si fa corta e affannosa, e ci si sente sopraffatti da un’agitazione difficile da controllare. Compaiono spesso pensieri catastrofici che alterano la percezione della realtà. Sebbene questi timori siano privi di un reale fondamento medico, la persona ne rimane comunque fortemente turbata e fatica, inizialmente, a distinguere il pericolo reale da quello immaginato.

 

Quali sono i sintomi di un attacco di panico?

Se dovessi riassumere i principali sintomi di un attacco di panico, direi che spesso tutto ruota intorno a una sensazione di “urgenza” e di catastrofe imminente. C’è un marcato senso di paura e di apprensione che, nel giro di pochi minuti, si trasforma in una sorta di picco di angoscia. Mi accorgo, nel dialogo con i pazienti, che questo “fiume in piena” di emozioni si fa strada senza alcun preavviso, lasciando la persona impreparata e confusa.

 

Quali sono i sintomi fisici di un attacco di panico?

Tra i sintomi fisici più frequenti, emergono la tachicardia e la sensazione di mancanza d’aria, come se il fiato fosse insufficiente. Spesso compaiono sensazioni di vertigine o di svenimento, sudorazione eccessiva, tremori, formicolio alle mani o ai piedi e contrazioni muscolari. A volte, si aggiungono dolori al petto, vampate di calore o brividi di freddo. L’intensità e la combinazione di questi sintomi variano da persona a persona, ma il fattore comune è sempre un senso di minaccia imminente.

 

Quali sono i sintomi psicologici legati a un attacco di panico?

A livello psicologico, si sperimentano intense paure: la paura di morire, di “impazzire” o di perdere il controllo delle proprie azioni. In alcuni casi, subentrano sentimenti di irrealtà o di distacco: è come se il mondo esterno apparisse straniante, irreale, e la persona provasse un profondo senso di alienazione. Nella mia esperienza clinica qui a Firenze, ho avuto modo di confrontarmi con pazienti che descrivevano di sentirsi immersi in una bolla o come se stessero viaggiando al di fuori del proprio corpo.

 

Disturbo di panico: cause e diffusione

Il disturbo di panico è una condizione caratterizzata dal ripetersi di attacchi di panico, spesso senza un fattore scatenante evidente. A volte, la causa può essere ricondotta a momenti di stress intenso, a problemi di natura relazionale o lavorativa, a lutti o separazioni. Altre volte l’origine non è così chiara, e possono subentrare fattori genetici o biologici. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si tratta di un problema crescente, che tocca un’alta percentuale di persone in tutto il mondo. Anche a Firenze, dove esercito la mia attività, osservo quanto sia comune questo fenomeno e come, negli ultimi anni, la richiesta d’aiuto per attacchi di panico sia in continuo aumento.

 

Perché mi vengono gli attacchi di panico senza motivo?

Questa è una delle domande che mi sento porre più spesso. In apparenza, la crisi di panico potrebbe non avere un “motivo” immediatamente individuabile; in realtà, la nostra mente e il nostro corpo reagiscono a numerosi fattori, anche inconsci, che incidono sul nostro equilibrio emotivo. Mi è capitato, analizzando la storia personale di chi si rivolge a me, di trovare legami con eventi remoti o con situazioni che prima erano state ignorate o minimizzate. Talvolta, questa forma di “reazione estrema” nasce da un accumulo di tensioni che, alla fine, si scaricano in modo esplosivo. Il passo successivo, in un percorso terapeutico, è proprio quello di comprendere la radice dell’ansia e, attraverso un percorso di psicoterapia per adulti, imparare ad ascoltare e gestire le proprie emozioni più profonde.

 

Come calmare un attacco di panico?

Quando arriva un attacco di panico, percepisco che la reazione del corpo è così forte da “costringere” la persona a inseguire i propri sintomi, piuttosto che riuscire a fronteggiarli lucidamente. Un primo passo per calmarsi consiste nel diventare consapevoli che, anche se l’esperienza è spaventosa, l’episodio è di solito di breve durata e non è pericoloso per la vita. Raccomando di concentrarsi sulla respirazione, cercando di inspirare lentamente dal naso ed espirare dalla bocca, focalizzando l’attenzione sull’aria che entra e che esce. A volte, può essere utile sedersi, chiudere gli occhi e cercare di fissare la mente su un elemento rassicurante, come un suono familiare o un punto fermo nella stanza, così da ridurre gradualmente l’iperattivazione psicofisica.

 

Come affrontare gli attacchi di panico con l’EMDR

Alla base degli attacchi di panico possono esserci eventi traumatici o ricordi disturbanti, anche lontani nel tempo, che il nostro cervello non è riuscito a processare correttamente. In questi casi, trovo particolarmente utile l’impiego dell’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), una tecnica terapeutica che si concentra proprio sulla rielaborazione di esperienze traumatiche o emotivamente stressanti. Grazie a specifici movimenti oculari o ad altre forme di stimolazione bilaterale, l’EMDR aiuta a “rilasciare” i ricordi e le emozioni negative collegate all’episodio scatenante. In questo modo, si favorisce una diminuzione dell’ansia e della reattività quando ci si trova di fronte a stimoli che prima scatenavano il panico.

Personalmente, nella mia pratica a Firenze, ho sperimentato quanto l’EMDR possa rappresentare un metodo efficace per affrontare e superare gli attacchi di panico. I vantaggi includono la possibilità di lavorare in modo mirato su ricordi o sensazioni all’origine della paura, consentendo a chi soffre di disturbo di panico di ridefinire la propria relazione con quei contenuti emotivi e di recuperare un miglior controllo di sé. L’EMDR, inoltre, si integra facilmente con altri approcci terapeutici (come la psicoterapia individuale o di gruppo), avviando un percorso di consapevolezza che riduce significativamente l’intensità e la frequenza degli attacchi.

 

La mia metodologia per affrontare i disturbi di panico

Nel delineare il mio metodo di lavoro, ritengo fondamentale l’ascolto attivo delle necessità individuali. È durante questo primo momento di incontro che emerge la storia unica di ciascun paziente e le specifiche sfumature che caratterizzano il suo disagio. Successivamente, lascio spazio alla ridefinizione congiunta della richiesta d’aiuto, ovvero un processo in cui, insieme alla persona, cerco di circoscrivere il problema e dargli una struttura più chiara. Ampliando lo sguardo e analizzando i punti di forza, si avvia poi la valorizzazione delle risorse personali mediante la presa di coscienza delle potenzialità spesso inaspettate. Questa fase di consapevolezza è cruciale per rafforzare l’autostima e la sicurezza in sé. Infine, la integrazione sociale attraverso l’analisi delle dinamiche gruppali risulta molto utile quando il disagio crea isolamento. L’ascolto e la condivisione di esperienze comuni con altre persone che vivono situazioni analoghe possono dare la spinta necessaria a sentirsi meno soli e più compresi.

Questa metodologia coniuga la mia formazione in Psicologia Clinica e di Comunità con la specializzazione in Gruppoanalisi. Nel mio studio di Firenze, ritengo che l’incontro tra setting individuale e di gruppo sia particolarmente prezioso per affrontare e rielaborare problemi come gli attacchi di panico, perché può facilitare la comprensione delle dinamiche interne ed esterne, offrendo al paziente molteplici punti di vista su cui riflettere.

 

Quanto è diffuso il disturbo di panico?

Molto spesso, in ambito clinico, ci si accorge che il disturbo di panico è più diffuso di quanto si possa pensare. Spesso, chi soffre di attacchi di panico tende a isolarsi o a provare vergogna, come se ci fosse qualcosa di “sbagliato” in lui o lei. Così facendo, non sempre cerca l’aiuto di un professionista. Ritengo che l’informazione corretta e una comunicazione chiara siano elementi fondamentali per spazzare via lo stigma e la disinformazione. Per questo motivo, mi occupo di divulgare pillole di psicologia anche nel mio blog, così che chiunque soffra di disturbo di panico possa sentirsi accolto, capito e meno spaventato all’idea di chiedere aiuto.

 

Prevenzione e gestione dell’ansia nella vita quotidiana

Per quanto siano intensi e invalidanti, gli attacchi di panico si possono gestire concretamente anche al di fuori del contesto terapeutico, mettendo in pratica alcuni accorgimenti che supporto e incoraggio. È provato che uno stile di vita più sano, basato su un sonno regolare e su un’alimentazione equilibrata, aiuta a mantenere un livello di stress più basso. Inoltre, attività fisica moderata o tecniche di rilassamento come lo yoga e la meditazione possono rivelarsi veri alleati per il benessere psicofisico.

Mi occupo di illustrare queste strategie durante le sedute di psicoterapia individuale, stimolando la persona a prendere maggiore coscienza degli elementi che, nel quotidiano, aumentano l’ansia e predispongono all’attacco di panico. Lavorando fianco a fianco, ho visto molte persone ritrovare la fiducia in sé e nelle proprie risorse, arrivando gradualmente a ridurre la frequenza e l’intensità delle crisi di panico.

 

Vivere con serenità a Firenze e oltre

Vivere a Firenze è una splendida opportunità grazie a un contesto culturale e paesaggistico davvero ricco. Allo stesso tempo, la vita di una città in fermento a volte può diventare molto stressante. Vi è la pressione lavorativa, la frenesia degli spostamenti e, talvolta, la fatica di conciliare famiglia, impegni sociali e necessità personali. In questa cornice, gli attacchi di panico trovano terreno fertile se non si presta un’adeguata attenzione al proprio equilibrio interiore.

Per questo motivo, è importante imparare a riconoscere i propri bisogni e a dare voce a eventuali richieste d’aiuto, quando ci si sente sovraccaricati. Il disturbo di panico non va affrontato in solitudine, ma richiede una guida esperta e un percorso terapeutico che coniughi l’ascolto empatico, la ridefinizione delle necessità e l’elaborazione di strategie efficaci per il cambiamento.

 

Contattami per affrontare assieme i tuoi attacchi di panico

Gli attacchi di panico non sono una condanna invincibile, né un segno di debolezza. Rappresentano, piuttosto, un segnale importante che il nostro corpo e la nostra mente ci inviano per indicarci che qualcosa ha bisogno di essere compreso e trasformato. Nel mio studio di Psicologia e Psicoterapia a Firenze, metto a disposizione un ascolto qualificato e una metodologia integrata e personalizzata, dove il punto di partenza è sempre l’individuo con la sua storia unica.

Se vuoi saperne di più o se senti il desiderio di intraprendere un percorso per superare gli attacchi di panico, ti invito a contattarmi. Potremo valutare insieme la strada più adatta a te, con la possibilità di combinare sedute individuali e di gruppo, nell’ottica di valorizzare le risorse personali e di favorire un benessere psicologico a 360 gradi. Non esitare a farti aiutare: prendersi cura di sé è il primo passo verso una vita più serena e appagante.

Nel mio lavoro di psicologa e psicoterapeuta a Firenze, mi sono spesso resa conto di quanto sia prezioso il contributo di un gruppo eterogeneo per affrontare alcune difficoltà di vita. Intraprendere un percorso di psicoterapia di gruppo può sembrare impegnativo all’inizio, soprattutto se si è abituati a pensare a una relazione di cura basata esclusivamente sul rapporto uno a uno. Tuttavia, credo con convinzione che partecipare a gruppi terapeutici offra un’opportunità irripetibile di crescita personale. La diversità di storie, età e generazioni al loro interno arricchisce il confronto e stimola processi di cambiamento che non di rado stupiscono anche me, che pure mi ritengo un’osservatrice allenata. È un’occasione per sperimentare una sorta di “laboratorio di vita”, dove ci si può mettere in gioco in modo sicuro e protetto, ma allo stesso tempo estremamente reale.

 

L’essenza di un gruppo eterogeneo

Posso dire che la ricchezza dei gruppi terapeutici nasce proprio dalla loro natura eterogenea. Quando parlo di incontro tra persone provenienti da storie diverse, penso a quel caleidoscopio umano che in altri contesti, spesso spersonalizzati o troppo veloci, non è possibile trovare. In queste occasioni emergono punti di vista che coinvolgono più generazioni, includendo bambini, adulti e anziani, anche se naturalmente i miei gruppi sono costituiti solo da adulti. Tale apertura, tuttavia, permette di vedere come ci si relaziona in famiglia, nelle amicizie, nel lavoro e nelle relazioni con i propri figli o genitori. L’aspetto intergenerazionale diventa un valore aggiunto perché favorisce un dialogo che, al di fuori, è sempre più raro. Nel mondo di oggi, percepisco spesso una tendenza all’isolamento, dovuta anche al ritmo incalzante della quotidianità; ecco perché ho voluto strutturare percorsi di psicoterapia di gruppo che permettano alle diversità di incontrarsi e comunicare.

 

Frequenza e tematiche di condivisione

Di norma, ci ritroviamo settimanalmente per discutere e condividere i dubbi, le riflessioni e le difficoltà che ciascuno affronta nella propria vita, che si tratti di relazioni familiari, situazioni lavorative o gestione del rapporto con i figli. Questo incontro regolare, secondo la mia esperienza, scandisce un ritmo di confronto che aiuta la mente a organizzare i vissuti e a riflettere sugli eventi in modo più lucido e costruttivo. A Firenze, città ricca di storia e di stimoli, l’appuntamento settimanale diventa un piccolo “spazio di respiro” in cui riunirsi e mettere da parte le frenesie urbane, focalizzandosi invece sull’esperienza comune del dialogo. Spesso, esporre ciò che ci angoscia di fronte a un gruppo variegato facilita la presa di distanza dai problemi, perché si ricevono feedback e punti di vista inaspettati, con grande beneficio per la mente. Allo stesso tempo, gli altri partecipanti trovano nuovi spunti di riflessione, vedendo riflessi nelle storie raccontate aspetti della propria vita che non avevano considerato.

 

Il valore del confronto intergenerazionale

Ci sono momenti in cui, osservando dinamiche tra i membri del gruppo, mi accorgo di quanto sia forte l’impatto dell’interazione tra età diverse. Chi è più giovane porta uno slancio di novità e di freschezza, mentre chi è più maturo può offrire la prospettiva della propria esperienza. Mi piace pensare che, in questi incontri, si crei una sorta di ponte tra passato e futuro, dove il presente è terreno di confronto e di scambio. Vedere come altri affrontano problemi che noi stessi abbiamo vissuto, o che potremmo trovarci a vivere, ci aiuta a rimettere in prospettiva le nostre convinzioni e talvolta ci spinge a provare strategie che non avremmo mai considerato. Al tempo stesso, ascoltare chi ha un vissuto più ricco alle spalle ci consente di arrivare preparati a situazioni che prima ci apparivano lontane. Paradossalmente, il gruppo diventa uno sguardo al passato, al futuro e al presente, in un fluire reciproco e costante.

 

I fattori terapeutici e la palestra relazionale

Nel mio lavoro ho più volte constatato che questi gruppi terapeutici funzionano come una vera e propria “palestra relazionale”. Quando supporto i vari partecipanti, mi rendo conto che, nel corso delle settimane, ognuno fa un allenamento continuo nell’affrontare i conflitti, gestire sentimenti di rabbia o di frustrazione e confrontarsi con opinioni diverse dalle proprie. Tale dinamica rispecchia quello che accade nella vita quotidiana, ma con una differenza sostanziale: all’interno del gruppo si è sostenuti da un contesto protetto, dove l’obiettivo principale è migliorare la consapevolezza di sé e la qualità delle relazioni. Anche io, in qualità di terapeuta, partecipo attivamente e proteggo il processo di scambio, intervenendo per chiarire, amplificare o regolare eventuali momenti di tensione. Il confronto non riguarda solo la relazione con me, ma si estende a tutti i presenti, in una dinamica di tipo circolare che riflette la complessità della società in cui viviamo. Vedo riflessi in questi incontri problemi di tutti i giorni, come la gestione di un litigio in famiglia o una discussione sul posto di lavoro. In questo senso, il gruppo è una palestra unica, perché consente di sperimentare modalità comunicative alternative, di osservarne gli effetti diretti sugli altri e di correggere eventuali comportamenti disfunzionali.

 

Il rispecchiamento e il senso di appartenenza

Un aspetto che ritengo fondamentale in questo percorso è il “rispecchiamento”. Significa incontrare persone che vivono stati d’animo simili o situazioni analoghe alle nostre, trovando in esse risposte e comprensione. Percepire che qualcun altro comprende le nostre emozioni, e magari ha attraversato le stesse difficoltà, crea un senso di solidarietà che difficilmente si sperimenta in altri ambienti. È un momento che libera dal peso di sentirsi “strani” o “troppo diversi”. In pratica, ci si sente “visti” ed “espressi” all’interno del gruppo, a tal punto che la solitudine che spesso accompagna certi vissuti pian piano si allenta e lascia spazio a una percezione nuova di sé. Mi sembra che, con il passare del tempo, si sviluppi una forma di appartenenza che non è paragonabile a quella familiare, ma che riesce a essere più adulta e aperta. Le dinamiche personali tendono a riemergere in modo spontaneo, ma qui il contesto è straordinariamente favorevole, perché si possono sperimentare modalità relazionali differenti, evitando gli errori del passato e costruendo nuove abitudini che potranno rivelarsi utili anche nella vita “fuori”.

 

Rinforzare le relazioni nella Psicoterapia di Gruppo

Osservando i partecipanti, noto che la psicoterapia di gruppo favorisce un aggiornamento costante delle proprie mappe relazionali. Non si tratta di un semplice confronto sporadico, ma di un percorso assiduo, dove settimana dopo settimana ogni persona osserva come interagisce, come risponde alle critiche o al silenzio dell’altro e quali emozioni emergono quando qualcuno non la pensa allo stesso modo. Questa processo, unito al senso di fiducia che si crea, permette di elaborare i vissuti passati e di ripararne alcune componenti emotive, migliorando l’autostima e la capacità di gestire conflitti. Ho visto crescere, in molti partecipanti, una maggiore sicurezza nell’esprimersi pubblicamente o nell’affermare i propri desideri all’interno di una relazione, perché sperimentare la comunicazione aperta nel gruppo rafforza la convinzione che valga la pena mostrare la propria autenticità. Poiché mi occupo anche di psicoterapia individuale e, in alcuni casi, di psicoterapia di coppia, considero i gruppi terapeutici un ottimo completamento che permette di riverberare ciò che si elabora nel percorso individuale o di coppia in un contesto più ampio e variegato.

 

Ripensare le relazioni familiari e sociali

Nel gruppo, è frequente vedere come i partecipanti riportino rapporti familiari e sociali difficili, che tornano a galla durante le discussioni settimanali. Ciò che mi piace evidenziare è la possibilità di sperimentare un “reinventare” le relazioni. Spesso si riaffacciano antiche sensazioni di esclusione o di conflitto, ma qui si può giocare un ruolo attivo nel ricostruire un contatto più sano, privo delle barriere e dei giudizi che a volte bloccano le interazioni quotidiane. Chi ha vissuto momenti di tensione con i propri genitori, ad esempio, può confrontarsi con persone che hanno superato situazioni simili, traendone consigli o semplicemente un’ispirazione concreta per cambiare atteggiamento. Ho visto dinamiche di lotta interiore trasformarsi in una maggiore accettazione di sé, anche perché il contesto di gruppo offre un sostegno emotivo che consente di reggere la fatica del cambiamento. A Firenze, dove vivo e lavoro, sto notando un crescente interesse verso forme di psicoterapia più inclusive, e credo che i gruppi terapeutici rispondano proprio a questo bisogno collettivo di condivisione.

 

Un accompagnamento costante e rassicurante

Mi è capitato di incontrare persone che erano inizialmente scettiche sulla psicoterapia di gruppo: credevano fosse caotica, oppure temevano di non sentirsi al sicuro nell’aprirsi davanti ad altri. La mia esperienza mi dice che queste paure si sciolgono gradualmente, non appena ci si accorge che ogni partecipante è sulla nostra stessa barca, in cerca di comprensione e di un confronto sincero. Personalmente, curo con attenzione il setting del gruppo, in modo da garantire riservatezza e rispetto reciproco, e dedico del tempo a illustrare il funzionamento dei gruppi terapeutici fin dall’inizio, punto essenziale affinché ogni persona si senta serena nel condividere esperienza e pensieri. In un clima di fiducia e serenità, la crescita avviene spontaneamente, e io mi definisco una guida attenta, ma discreta, pronta a intervenire quando sorgono conflitti e a ricalibrare il percorso in base alle esigenze di tutti. Questa sinergia tra i partecipanti e il terapeuta crea un legame che reputo uno dei punti di forza principali della psicoterapia di gruppo.

 

L'efficacia della psicoterapia di gruppo

In sintesi, ho potuto constatare come i gruppi terapeutici rappresentino un contesto privilegiato per rivedere se stessi alla luce di un confronto continuo e stimolante, e per sperimentare relazioni più adulte e mature. L’eterogeneità e l’intergenerazionalità, da alcuni considerate un ostacolo, si rivelano in realtà la vera forza di questo approccio, perché ampliano lo scenario umano e incoraggiano una condivisione profonda. Spesso, il risultato è una maggiore capacità di affrontare le sfide quotidiane, arricchita dalla consapevolezza di non essere soli.

Se desideri approfondire come la psicoterapia di gruppo possa aiutarti o se vuoi capire in che modo un gruppo possa adattarsi alla tua particolare situazione, ti invito a contattarmi. Mi fa piacere offrire ulteriori informazioni e accompagnarti nella scelta di un percorso a Firenze che risponda ai tuoi bisogni personali. Ritengo che, aprendo il cuore e la mente alla possibilità di condividere lo spazio con altri, si creino le basi per un cambiamento autentico, che può davvero migliorare la qualità della vita.

Mi capita spesso, nel mio lavoro come psicologa e psicoterapeuta a Firenze, di incontrare persone che portano con sé esperienze traumatiche o momenti di vita particolarmente dolorosi. Questi ricordi possono emergere sotto forma di ansia, disturbi del sonno o difficoltà relazionali, talvolta senza un’apparente spiegazione logica. Nel tempo, ho sviluppato una particolare attenzione verso il metodo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), che reputo una risorsa preziosa nel trattamento di traumi ed esperienze traumatiche. In questo articolo, voglio illustrarne i principi, rispondere alle domande più frequenti e spiegare perché trovo che la terapia EMDR sia particolarmente efficace, soprattutto in chiave locale, qui a Firenze, dove esercito la mia professione.

 

In che cosa consiste la terapia EMDR

La terapia EMDR è un approccio psicoterapeutico che aiuta a rielaborare ricordi disturbanti o traumatici in modo tale che perdano la loro carica emotiva negativa. Quando si vivono eventi traumatici, talvolta il cervello non è in grado di “archiviarli” correttamente. È come se rimanessero frammenti di memoria in sospeso, pronti a riattivarsi ogni volta che un segnale, anche minimo, li richiama alla mente. Con l’EMDR, utilizzo la stimolazione bilaterale (attraverso movimenti oculari, suoni o tocchi alternati), che facilita la desensibilizzazione del ricordo traumatico: ciò accade perché si attivano specifici meccanismi neurobiologici che favoriscono una rielaborazione più adattiva. Nel mio studio di Firenze, ho sperimentato molte volte quanto questo metodo possa dare sollievo anche a chi, in passato, aveva provato altri percorsi psicoterapeutici senza risultati solidi. L’EMDR si inserisce però all’interno di una cornice più ampia di sostegno e motivazione. Non si tratta di una magia istantanea, ma di un processo ben strutturato che ho visto condurre a cambiamenti profondi e duraturi.

 

Come si svolge una seduta di EMDR

Quando propongo l’EMDR, parto dalla storia personale e dalle necessità specifiche di chi si rivolge a me. Di solito, organizzo un primo incontro in cui cerco di comprendere la natura del trauma e i sintomi che lo accompagnano. Successivamente, iniziando la seduta, chiedo al paziente di focalizzarsi su un ricordo disturbante, o su un pensiero negativo legato a quell’esperienza traumatica, mentre fornisco stimolazioni bilaterali che possono avvenire tramite lo spostamento dello sguardo oppure attraverso segnali sonori da un orecchio all’altro. Parlando in prima persona, noto che, durante questo processo, i pazienti possono riscontrare un cambiamento graduale nella percezione del ricordo stesso: la paura, il dolore o il disagio, spesso molto vividi all’inizio, si attenuano fino a diventare gestibili e meno invasivi. Anche se la sensazione può apparire inusuale nelle prime sedute, imposto il lavoro in maniera attenta e graduale, permettendo di rielaborare i contenuti traumatici senza che l’intensità emotiva risulti travolgente. L’EMDR funziona specialmente quando la persona si sente accolta e al sicuro, in un contesto professionale e protetto, per questo adotto sempre una particolare cura nello stabilire un clima di fiducia reciproca.

 

Cosa succede durante EMDR

Durante la terapia EMDR, il mio ruolo è accompagnare il paziente nella rivisitazione del trauma, mantenendolo però ancorato al presente. Per esperienza, so che la parte più delicata è entrare in contatto con emozioni che, fino a quel momento, si era cercato di reprimere o ignorare. L’EMDR, tuttavia, non obbliga a rivivere passivamente il dolore, bensì facilita la “digestione” di ciò che è rimasto “bloccato”. Il paziente può sentire emozioni intense, leggere o forti variazioni di umore, oppure immagini e sensazioni fisiche collegate al ricordo. Io, da parte mia, monitoro costantemente lo stato emotivo e fornisco indicazioni per proseguire. In questo senso, l’EMDR diventa un viaggio interiore dove la mente, stimolata bilateralmente, rielabora i contenuti traumatici e li sposta verso un registro di memoria meno perturbante. La persona in terapia si avvicina gradualmente a una percezione diversa di sé e del trauma, imparando a vederlo come un evento passato e non più come una minaccia costante nel presente.

 

 

Quanto e quando è efficace la terapia EMDR

Trovo che la terapia EMDR sia efficace in molte situazioni in cui è presente un trauma, sia esso singolo (come un incidente o un lutto improvviso) o complesso (ripetuti episodi di violenza, abusi o trascuratezza). In alcuni casi, ho potuto riscontrare un alleggerimento notevole dei sintomi legati a stress post-traumatico, ansia o depressione già dopo poche sedute. In altri, invece, il percorso può richiedere tempi più lunghi, soprattutto quando c’è una lunga storia di traumi accumulati nel tempo. Il fattore fondamentale, a mio avviso, è la motivazione del paziente e la qualità dell’alleanza terapeutica. Da psicologa e psicoterapeuta, mi impegno a offrire un sostegno che vada oltre la semplice applicazione tecnica, integrando l’EMDR con altre forme di psicoterapia individuale, se necessario, o suggerendo un confronto di gruppo qualora la condivisione con altre persone possa favorire la guarigione. Nel contesto locale di Firenze, ritengo che questo approccio integrato abbia un valore particolare, perché la città, per molti, racchiude ricordi e simboli che si legano alla propria identità e alla propria storia familiare.

 

Quando l’EMDR non funziona

L’EMDR ha una solida base scientifica, ma come ogni tecnica non può garantire risultati identici per tutti. Ho incontrato pazienti che, inizialmente, non si sentivano pronti a rievocare il trauma con l’intensità richiesta. Altri, invece, avevano bisogno di intraprendere prima un percorso di stabilizzazione e supporto, per sviluppare strategie di gestione dell’ansia e una maggiore sicurezza emotiva. In queste circostanze, preferisco posticipare il vero e proprio lavoro con l’EMDR e concentrarmi su altre componenti del trattamento. Se la persona vive situazioni di forte rischio o instabilità (economica, familiare, abitativa), può essere indispensabile intervenire prima su tali aspetti, in modo da creare condizioni minime di serenità. Anche nel caso di gravi disturbi dissociativi, è opportuno valutare attentamente se procedere oppure no con la stimolazione bilaterale. Nel mio studio, scelgo sempre la cautela: preferisco rallentare, piuttosto che rischiare di esporre il paziente a ricordi o emozioni soverchianti, senza che abbia ancora gli strumenti necessari per affrontarli. Infine, possono esistere circostanze dove il paziente non si sente “in sintonia” con questo metodo, e in tal caso trovo opportuno avvalermi di altre metodologie psicoterapeutiche, garantendo comunque un sostegno personalizzato e rispettoso delle sue esigenze.

 

La mia esperienza di EMDR a Firenze

Data la particolarità del contesto fiorentino, credo sia significativo sottolineare la rilevanza di un supporto locale che conosca a fondo la realtà della città. Firenze, pur essendo riconosciuta per la sua bellezza artistica e culturale, è anche una città viva, piena di stimoli ma non esente da situazioni di disagio. Possono esserci fattori urbanistici, lavorativi o di traffico turistico che producono stress aggiuntivo. Per chi vive traumi ed esperienze traumatiche, aggiungere stress quotidiani non fa che complicare ulteriormente il quadro. Proprio nel mio studio, situato in zone facilmente accessibili come Rifredi o Viale Europa, ho modo di offrire uno spazio di ascolto protetto. Ai pazienti interessati suggerisco di combinare, se lo desiderano, la terapia EMDR con altre forme di sostegno: per esempio, la psicoterapia online può rivelarsi preziosa quando si ha difficoltà a spostarsi, mentre la psicoterapia di coppia può aiutare se il trauma incide anche sull’equilibrio relazionale. Ritengo che la versatilità sia fondamentale, per offrire risposte puntuali e realmente cucite su misura.

 

Conclusioni e invito a contattare la psicologa

Ho voluto condividere queste riflessioni in modo discorsivo, cercando di fornire un quadro chiaro di ciò che l’EMDR rappresenta e di come possa contribuire alla risoluzione dei traumi. Il mio obiettivo è sempre quello di offrire un percorso di cura che produca risultati concreti e duraturi nel tempo, in cui la persona possa ritrovare la serenità e la capacità di lasciarsi alle spalle il dolore del passato. La localizzazione a Firenze aggiunge un ulteriore valore, soprattutto quando si desidera un professionista che conosca bene il territorio, le sue dinamiche e le esigenze specifiche di chi ci vive o lavora. Nella mia attività quotidiana mi capita di vedere quanto, una volta elaborato il trauma, emerga un enorme potenziale di crescita personale. Vorrei dunque rassicurare chiunque si trovi in un momento difficile e stia valutando la possibilità di intraprendere una terapia: c’è sempre un punto di partenza da cui ricostruire.

Se desideri saperne di più sull’EMDR o se ritieni di aver bisogno di un sostegno professionale per affrontare situazioni traumatiche o esperienze difficili, ti invito caldamente a contattarmi. Possiamo valutare insieme la soluzione più adatta, stabilendo obiettivi chiari e un percorso terapeutico personalizzato. Non esitare a prenderti cura del tuo benessere: esistono numerose risorse e opportunità per affrontare il dolore e il disagio, e l’EMDR è senza dubbio una delle strade più efficaci e rassicuranti che conosco.

 

La pandemia ha inciso sullo sviluppo dei ragazzi, sia da un punto di vista mentale che identitario

Il lockdown ha segnato i più giovani. La psicologa conferma la sofferenza generazionale: “Sono il 50% in più le domande di sostegno per depressione, ansia e disturbi alimentari. I genitori parlino di più con i figli”

Ritornare alla normalità. Un passo che dopo l’uragano Covid si è rivelato complesso per molti adolescenti: ritrovare le abitudini, la vita sociale, quegli equilibri interiori andati persi nel lockdown e nei periodi di zona rossa. «Il recupero è un processo lungo — spiega Barbara Bandinelli, psicologa e psicoterapeuta di Firenze — perché la pandemia ha inciso sullo sviluppo dei ragazzi, sia da un punto di vista mentale che identitario».

 

Dottoressa, il Covid ha avuto dei riflessi anche a lungo termine. Quali sono stati i principali effetti sui giovani?

«Una delle conseguenze più forti, anche dopo le riaperture, è stata la paura di contagiare. Molti ragazzi hanno vissuto il timore di poter essere loro i portatori del virus ad esempio a casa dei nonni. Potevano andarli a trovare ma erano angosciati all’idea di farlo, perché magari erano asintomatici. O comunque erano meno soggetti al controllo tramite tamponi come gli adulti. Temevano quindi di poter essere la causa del contagio, con le conseguenze che i media raccontavano: vedere i propri nonni finire in terapia intensiva o anche morire».

 

Come ha condizionato la loro vita questo stato d’animo?

«Un forte senso di colpa molto ricorrente e che si è mantenuto a lungo nel tempo: se esco con i miei amici poi non posso vedere i miei nonni. La socialità è iniziata ad essere vissuta quindi come un danno al nucleo familiare. Con la conseguenza di dover scegliere spesso tra amici e parenti. Ancora questa idea persiste in molti ragazzi, dato che la maggior parte di loro sono stati vaccinati solo poco tempo fa. Ma è un disagio durato per mesi».

 

Quasi due anni di pandemia per chi sta attraversando una fase di cambiamento profondo, magari dall’infanzia all’adolescenza.

«In due anni la mente di un adolescente cambia moltissimo. Un bambino entrato nella pandemia a 8 anni ne uscirà quasi a 10: si è perso mesi e mesi di tappe evolutive, di scuola in presenza, di esperienze». Cosa comporta ? «Effetti che vedremo a breve. C’è la sensazione di aver perso anni di vita. Un blocco, mentre la sua identità era già in attesa di vivere nuove attività. Aver mancato tappe evolutive è un pensiero vivo interiormente, con il sentimento ad esempio di aver costruito meno reti sociali».

 

Quali altri disagi psicologici sono emersi con più frequenza tra i giovani?

«C’è stato un aumento dei disturbi dell’alimentazione: si ricorre al cibo per sedare stati ansiosi e depressivi. E dove già c’erano condizioni di isolamento, queste sono andate a peggiorare. La rabbia è un altro sintomo diventato più diffuso: stati di irritabilità che hanno innescato spesso crisi familiari. A volte anche per conflitti tra i genitori. E i figli hanno accusato queste instabilità».

 

Quanto è aumentata la richiesta di aiuto alla porta di psicologi ed esperti?

«In modo esponenziale, direi almeno il 50% in più di domande di sostegno e di psicoterapia. A volte anche con tutta la famiglia, visto che gli stessi genitori possono essere entrati in crisi in questo periodo. La fascia di età dalla preadolescenza ai vent’anni è quella che ha accusato di più le restrizioni, perché già iniziava a vivere un passaggio verso il mondo esterno. Per i bambini c’è stata più una riorganizzazione delle attività quotidiane, meno della propria individualità».

 

Quale consiglio si sente di dare alle famiglie?

«Parlare con i figli. Osservare e aprire uno spazio di confronto, anche davanti a situazioni di apparente normalità. Viene fatto molto poco. Occorre una sensibilità maggiore in questo periodo e non dobbiamo pensare che ci siamo lasciati del tutto alle spalle i danni del Covid e delle chiusure».

Lo studio di psicologia e psicoterapia a Firenze di Barbara Bandinelli sarà chiuso per ferie dal 17 Luglio al 3 Agosto 

Se desideri maggiori informazioni sui percorsi terapeutici presso il mio studio di Firenze o per altre richieste sono comunque raggiungibile telefonicamente oppure via email compilando il form Contattami.

In questo periodo, resterò disponibile per prendere un appuntamento. Il primo colloquio con lo psicologo è un momento importantissimo del rapporto terapeutico, è spesso l’ultimo passo di un percorso interno che ha portato, finalmente, a superare le proprie paure e a riconoscere le proprie difficoltà.

 

 

Siamo in una situazione allucinante.

Difficile da credere: un virus ha invaso il mondo intero e sta mietendo molte, troppe vittime.

Oggi, dopo 10 giorni, mi sono decisa ad andare a fare la spesa al supermercato grande del quartiere. Mi sono armata di pazienza e mi sono messa in coda insieme ad altre persone, la maggior parte delle quali munite di mascherina e guanti.
Ho avuto il tempo, all' aria aperta e sotto il sole che oggi batteva sul piazzale, di osservare le persone che avevo attorno. Eravamo pochi considerato lo spazio a disposizione, uno distante dall' altro, distanza che permetteva di guardarci. Si camminava lentamente e con lunghe pause. C è chi leggeva un libro, chi chiamava casa per mostrare la fila e forse si sentiva solo.

Io ho cercato lo sguardo dell'altro. Ho scorto angoscia, paura, sospetto, ricerca di vicinanza... La riflessione, sicuramente banale, che è nata in me è che questo evento surreale e sopra ogni aspettativa sta imponendo all' essere umano un ridimensionamento.

 

Cosa impareremo da questo periodo in cui siamo obbligati all'isolamento?

Ma non solo. Siamo obbligati a fare i conti con la rinuncia.
La rinuncia all' abbondanza, al superfluo. Obbligati a rimanere con noi stessi nell' ascolto dell' essenziale.

La vita sta mettendo l uomo davanti all' esigenza di fare i conti con il meno e con il limite. Proprio in un periodo in cui lo spreco, non solo delle cose materiali, stava facendo da padrone, insieme al senso di onnipotenza.
Insomma...la coda di oggi l ho trovata un'esperienza vissuta in un clima quasi "spirituale", dove si andava piano, lontani dai ritmi a cui siamo assuefatti.

Speriamo di uscirne presto e di uscirne portandoci dentro questo rispetto e questa attenzione che oggi ho respirato.

Coronavirus, consulto psicologico a distanza per chi ha bisogno.

La paura del coronavirus sta cambiando le nostre abitudini come cittadini e come esseri sociali. Ogni giorno nuove precauzioni e consigli da parte delle istituzioni e degli esperti ed è possibile che dentro di noi aumenti un senso di ansia. Stiamo vivendo un momento in cui le precauzioni richieste spesso sono molto drastiche e vanno a limitare o ad annullare ogni tipo di contatto e questo può generare crisi d'ansia e panico e generare in noi uno stato di paura.

 

Coronavirus, come gestire stress e ansia

In questo momento è normale se senti uno stato d'ansia; la paura delle malattie è intrinseca nell'uomo da sempre e specialmente in questo caso in cui, il coronavirus sta letteralmente stravolgendo la nostra vita quotidiana, i nostri progetti e le nostre relazioni. Anche il continuo flusso di informazioni dai media, spesso contraddittorie e il vorticoso flusso di notizie sui social aumentano un mix di ansia e paura. Una semplice regola anti-panico è di seguire esclusivamente le comunicazioni ufficiali e i mezzi di informazione autorevoli, perché l'informazione corretta e da fonti autorevoli aiuta a contenere la paura.

In genere non esiste un unico metodo per diminuire l'ansia: alcune persone preferiscono informarsi (da fonti autorevoli) altre preferiscono un confronto con persone fidate. Quello che comunque bisogna considerare è che è molto probabile che le infezioni aumenteranno e con esse i luoghi coinvolti. Questo processo è del tutto normale. Tuttavia, le probabilità di essere infetti sono molto ridotte se si rispettano i consigli che ISS ha dettato e noi stessi assumiamo una condotta di buon senso e di osservanza di normali, comuni e semplici pratiche igieniche e di salute.

Ad ogni modo se senti crescere l'ansia e questo impatta sulla tua quotidiana, può essere d'aiuto parlarne con uno psicologo. Fortunatamente oggi la tecnologia ci viene in aiuto e indipendentemente dal luogo in cui si vive, programmi quali Skype consentono di ricevere sostegno psicologico anche rimanendo nella propria abitazione.

 

Consulto psicologico online per gestire il disturbo d’ansia

Se stai vivendo questo momento con particolare apprensione e desideri un consulto con uno psicologo ma temi i contatti personali o sei impossibilitato nello spostarti puoi ricorrere al servizio di consulto psicologico a distanza. La seduta di psicoterapia si svolge a distanza, attraverso Skype , previo appuntamento (per fissarlo contattami).

In questo periodo in cui ansia e angoscia possono prendere il sopravvento è importante per le persone che sentono il bisogno di confrontarsi avere la possibilità di appoggiarsi ad un servizio di consulto psicologico online con un'esperta.

La paura può presentarsi in diverse forme e può essere dovuta alle più diverse motivazioni:

  • Ci sono gli anziani che sono impossibilitati ad uscire da casa.
  • Ci sono i Manager di impresa che hanno timore di rilevanti perdite economiche.
  • Ci sono persone a cui è stato chiesto di cambiare le proprie abitudini quotidiane e ora vivono con smarrimento questo periodo

 

L’incontro con lo psicologo online è rivolto a chi:

  • Ha difficoltà ad uscire di casa o in genere è impossibilitato a spostarsi ed allo stesso tempo avverte il bisogno di rivolgersi ad uno psicologo
  • Per chi vive o lavora all'estero ma desidera trovare uno spazio di ascolto e di confronto con uno psicologo italiano
  • Per chi cerca “un primo orientamento” o necessità di un supporto psicologico ma in base alle proprie necessità viaggia molto e ha difficoltà a garantire una continuità nella frequenza delle sedute tipiche di un percorso psicoterapeutico in studio

Come psicologa ricevo a Firenze presso i miei studi ma in questo particolare periodo è fondamentale offrire anche un servizio di soccorso psicologico a distanza  per rispondere ad un'esigenza di supporto psicologico.

Come superare la resistenza al cambiamento? Come posso aiutarti a superare la paura dell'ignoto?

In questo articolo voglio descriverti come gestire la resistenze al cambiamento!

Ognuno di noi è diverso e reagisce alle esperienze che la vita ci presenta in modi molto diversi. C’è chi, davanti alle nuove realtà (un nuovo lavoro, la possibilità di trasferirsi in una nuova città, una relazione nascente, un viaggio…) reagisce con entusiasmo e senza pensarci sù due volte, provando emozioni adrenaliniche e estasianti, e chi invece tergiversa, sperimentando una serie di stati d’animo negativi, quali ansia, angoscia, sfiducia in sé e negli altri.

Da questa prima descrizione sono certa che abbiate pensato che chi reagisce con entusiasmo alle novità, catapultandosi in esse, abbia più chance di viverle piacevolmente, rendendo la nuova esperienza una reale possibilità di cambiamento, a scapito dei secondi, che invece tergiversano e pensano troppo, senza decidersi.

E invece non è sempre così lineare e scontato l’esito del processo, la mente è ben più complessa di quello che sembra, così da richiedere un pensiero un po’ più dettagliato che proverò a condividere con voi in poche righe. La verità è che la mente umana è portata a mantenere uno stato di equilibrio omeostatico, così come si può dire per il corpo, ovvero è portata a cercare continuamente di rispondere a gli stimoli esterni, in modo tale da ristabilire l’equilibrio che aveva prima che questi stessi stimoli comparissero. Assunto ciò, capite bene come, sia nella prima che nella seconda reazione di cui prima, siamo dinanzi a due modi opposti di reagire agli stimoli/eventi esterni, che però rischiano di “negare” entrambi la fitta complessità che le esperienze portano al loro interno.

 

La Mente resiste al cambiamento

Potremmo dunque dire che la mente di ognuno “resiste” al cambiamento, con meccanismi i più disparati, ma comunque atti a contrastare che il movimento avvenga. Nel primo caso, ovvero nel caso di coloro che apparentemente sposano la novità con senso di euforia e senza remore, ci troviamo non di rado difronte a una reazione di “negazione della complessità”, con assenza di pensiero, tutto viene agìto, le variabili asfaltate nella corsa frettolosa di accorciare le distanze fisiologiche che ci sono tra la situazione familiare antistante la novità e la novità stessa, della serie, la novità mi spaventa talmente tanto che la mia mente non riesce a sostenerne il peso che il tempo del comprendere richiede, indi per cui “prendo la rincorsa e mi ci tuffo”. Un po’ come accade quando si ha paura di tuffarsi in piscina e lo si fa ad occhi chiusi.

Nella seconda esemplificazione invece, siamo di fronte ad una reazione opposta: il rimuginio di pensieri ridondanti e sempre uguali che affolla la mente, blocca la persona in una situazione di stallo sterile senza pensiero, il rimuginio stesso, per sua definizione, incatena la mente dentro “finti” pensieri sempre uguali, spesso ossessivi (ovvero ripetitivi e intrisi di dubbi), che non lasciano ossigeno alla possibilità per la mente di fare pensieri nuovi, lucidi, creativi, ma la bloccano nel trauma del ricordo delle esperienze fallimentari e dolorose precedenti, come a dire, “è sempre andata così, andrà così anche stavolta”. In questo caso quindi, la distanza tra il vecchio e il nuovo viene accorciata dal tipo di risposta preconfezionata che la mente andrà a riproporre insistentemente, senza lasciare scampo alle numerose alternative di farsi spazio.

Ora, capite bene come, sia la prima reazione che la seconda, non siano modalità funzionali per attraversare il cambiamento, che sì, “spaventa” tutti. Nel caso della frettolosa corsa al nuovo, così come nel caso del blocco chiuso al nuovo, la possibilità di fare un pensiero dentro la “fase del comprendere” è azzerata. Il cambiamento diventa quindi fagocitato, col rischio di diventare fonte di forte delusione (data la mancata fase di valutazione precedente) e\o si presenterà presto l’attivazione di difese psicologiche che la mente accenderà appena la situazione nuova presenterà variabili difficili da gestire, ovvero che escono dalla modalità familiare precedente alla situazione stessa. Tali difese sono ad esempio il ritiro precoce dall’esperienza stessa, l’auto-boicottaggio, la chiusura, il giudizio affrettato… insomma, tutte reazioni che tenderanno, alla stessa velocità con cui la persona si era “tuffata” nel nuovo, a farla tornare all’equilibrio precedente o a non farla muovere affatto.

 

Come si lavora sulle resistenze al cambiamento?

Innanzitutto ammettendo che le novità sollecitano la mente ad una faticosità maggiore che necessita di tempo, ma soprattutto necessitano una modalità nuova, rispetto a quelle apprese precedentemente e quindi familiari. La mente tenderà, come già detto, a reiterare i soliti schemi difronte a tutte le situazioni faticose che incrocia, situazioni che invece necessitano lo sforzo, da parte di ognuno, di calibrare la reazione in base alla situazione che di volta in volta si presenta, altrimenti il fallimento è assicurato.

Se però, nel corso del mio sviluppo e della mia storia familiare, ho appreso dei modelli di risposta (Modelli Operativi Interni, vedi) che funzionano in un determinato modo, prima di tutto devo essere aiutato a conoscere tali modelli, a riconoscerli e in questo la relazione psicoterapeutica diventa essenziale, perché ognuno di noi è consapevole solo in minima parte della dinamica di tali modelli, sappiamo solo che a volte hanno funzionato e a volte no, lasciandoci addosso un’ idea di noi stessi influenzata dall’esito delle nostre esperienze…

Una volta resi consci e consapevoli i modi di reagire che ci caratterizzano, si andrà a capire come allenare la mente a reggere l’angoscia che le situazioni normalmente creano, e a mantenere parallelamente attiva la possibilità di farci un pensiero sopra, pensiero… unica bussola possibile per andare a allargare gli orizzonti del territorio straniero che ci si prospetta davanti.

Per saperne di più o per approfondimenti ti aspetto presso i miei studii di psicoterapia e supporto psicologico a Firenze o puoi inivarmi un messaggio, sarò felice di risponderti.